martedì 22 dicembre 2015

L'oro della Tuscia: un blogtour per raccontarlo

Ho il piacere di ospitare nel mio blog il racconto di un’esperienza culturale “immersiva” nelle tradizioni produttive tipiche della Tuscia, sul filo tematico dell’olio di oliva. Così come ho scritto, poco tempo fa, sull’azienda aretina Tarazona, ora ho deciso di dare spazio al blogtour “Lazio, terre dell’olio” perché sono convinta che esista una relazione molto stretta tra la visita di un museo e l’osservazione delle tradizioni ancora vive di un territorio, se non nel tipo di “oggetto” culturale che contraddistingue le varie esperienze, di certo nelle identiche sensazioni che si provano e nell’arricchimento interiore che in entrambi casi ci viene donato.

Il blogtour #oliveoillands è stato organizzato da PAPER MOON Tour Operator (Laura Patara) insieme a QUARTO SPAZIO Agenzia di viaggi e Tour operator (Sandra Morlupi). Hanno preso parte all'evento i blogger e giornalisti Liliana Comandè, Philiip Curnow, Giuseppina Marcolini, Laura Patara (Paper Moon), Francesca Pontani, Paola Romi, Mauro Sciambi e Geraldine Meyer. 


Foto di Francesca Pontani

C’è un tipo di turismo che, al di là della ricerca di beni e servizi di qualità, si preoccupa soprattutto dell’autenticità dell’esperienza turistica, ovvero della conoscenza approfondita del territorio. La memoria del viaggio può mettere radici solide solo attraverso l’esercizio di tutti e cinque i sensi, sollecitando ciascuno con i modi e i tempi di lavoro e di vita dei luoghi visitati. Quando Laura Patara, tour operator viterbese, mi ha invitata a prendere parte al blogtour dedicato al progetto “Lazio, terre dell’olio”, svoltosi tra Viterbo e Vetralla, ho subito accettato con entusiasmo e con grande interesse, conoscendo molto bene l’idea di turismo che Laura propone ormai da vari anni, così legata alla valorizzazione della cultura, delle tradizioni e delle produzioni locali. Questo è il racconto della parte centrale del primo giorno, cui ho preso parte, e che ho voluto suddividere in base ai miei ricordi “sensoriali”.

L’olfatto e il tatto

Dopo la visita ai luoghi notevoli della città di Viterbo, come la Piazza del Comune, il Palazzo dei Papi e il Quartiere San Pellegrino, ho raggiunto il gruppo da Mario Matteucci, un anziano imprenditore che gestisce un frantoio in piena Viterbo, al Paradosso. Il Sig. Matteucci produce l’olio con la spremitura a freddo e usa ancora i fiscoli, i filtri di  fibra vegetale che hanno la funzione di separare la polpa delle olive dal succo. Ho nella mente il ricordo del profumo pungente delle olive spremute, quell’odore erbaceo che già prelude al prodotto finale, e la sensazione della superficie ruvida dei fiscoli che il sig. Mario crea ancora artigianalmente con grande maestria.


Foto di Francesca Pontani

La vista e l’udito

Mi sono immersa nella bellezza dell’oliveto dell’azienda Degiovanni di Vetralla in cui si produce l’olio extra vergine d’oliva biologico “Supremo”; ho ascoltato il vento che muoveva le fronde degli olivi, ho riposato lo sguardo nel verde della campagna, ho osservato i raggi del sole che filtravano attraverso i rami degli alberi. Un attimo dopo, a pochi passi da quella pace, il fragore delle macchine che eseguono le varie fasi di produzione dell’olio non mi ha infastidito: era il rumore del lavoro, dell’energia necessaria per creare un prodotto di qualità. Ho seguito con interesse la separazione delle olive dai rami e dalle foglie, il lavaggio, la spremitura, immaginando questo ciclo produttivo ripetersi giorno per giorno, dopo la raccolta delle olive.


Foto di Francesca Pontani

Il gusto

Come dimenticare la splendida acquacotta della signora Benedetta, la proprietaria del ristorante di Vetralla, aperto fin dalla fine degli anni ’50? Ricette semplici ma con tutto il sapore di queste terre. Lo stesso piatto che i contadini viterbesi mangiavano anche cento, duecento anni fa: eredità da conservare con cura per tanti motivi, non da ultimo la sua indubbia bontà. 


La foto della Signora Benedetta è di Norma Hengsberger

E poi il gusto dell'olio d'oliva, degustato con la guida di Andrea Degiovanni, e quello dei deliziosi vini biologici prodotti dall'azienda Chiarini-Wulf di Vetralla.


Un bel viaggio nell’Italia che produce. #oliveoillands



martedì 8 dicembre 2015

Il salone internazionale dei musei, dei luoghi della cultura e del turismo a Parigi, dal 12 al 14 gennaio 2016



Quest’anno la 20a edizione del SITEM – organizzato da Museumexperts a Parigi il 12, 13 e 14 gennaio 2016, presso la Docks – la Città della Moda e del Design, prevede un eccezionale programma di conferenze internazionali: si parlerà di musei e comunicazione digitale, di accoglienza e della necessità che il patrimonio culturale sia in grado anche di generare sviluppo economico e sociale, di accessibilità, di sicurezza, di documentari e dei nuovi mezzi di divulgazione, di musei e di politica culturale, di turismo culturale alternativo in ambito urbano.

Si potrà assistere a ben 12 conferenze che illustreranno molti casi studio.
Qui il programma delle conferenze e qui il programma degli workshops. 

Nel corso del SITEM, il 13 gennaio, alle ore 12, si svolgerà anche la cerimonia di premiazione degli autori dei migliori video che hanno partecipato al concorso Musées (em)portables

Ulteriori informazioni qui.

Questi gli orari di apertura del salone per i beni culturali:

- martedì 12 gennaio: 9:30 - 6:30 p.m.
- mercoledì 13 gennaio : 9:30 - 20h
- giovedì 14 gennaio : 9h30-17h

Per partecipare al SITEM è necessario richiedere fin da ora il badge d’ingresso a questo link

Presso, Les Docks, Cité de la mode et du design
34, quai d’Austerlitz, 75013 Paris


giovedì 5 novembre 2015

Un vino "da museo"


Storia un vino, di archeologia sperimentale, di musei e di un legame indissolubile con una terra antica. Intervista a Francesco Mondini e a Maurizio Pellegrini

Synaulia e Il Centro del Suono hanno organizzato centinaia di banchetti in moltissimi musei ed aree archeologiche italiane ed europee (il Prahistorische Staatssamlung Museum di Monaco, l’ArchaologischerPark Regionalmuseum di Xanten, Germania, il Parco Archeologico di Baratti ePopulonia, il Museo Guarnacci di Volterra, solo per citarne alcuni), si sono occupati di rievocazioni di archeologia sperimentale svolte nei musei e negli anfiteatri di Monaco, Trier, Xanten, Aalen, Bonn, Bad Gogging, Mainz, Rosenheim e a Berlino nell'Altes Museum, oltre ad aver collaborato a numerosi documentari, programmi scientifici e film, soprattutto nelle scene di banchetto, per esempio in Sogno di una notte di mezza estate di Michael Hoffman, Il Gladiatore di Ridley Scott, Nativity di Catherine Hardwicke, Empire di Kim Manners.

Nei loro banchetti, però, c’era un problema: il vino. I vini prodotti con metodi moderni non erano certamente adatti per riprodurre in modo perfetto un banchetto ispirato all’epoca etrusca e romana, studiato in ogni minimo dettaglio e con l’attenta lettura delle fonti antiche.

E’ così che inizia la collaborazione con Francesco Mondini (Azienda agricola Tarazona Miriam), il quale, resosi conto che il vino servito durante i banchetti non era all’altezza della cucina di Egidio Forasassi, decide di dare vita ad una produzione sperimentale di vino prodotto nel modo più fedele possibile con il metodo in uso presso gli Etruschi.

In Italia, ormai da molti anni si stanno portando avanti ricerche storiche, archeologiche e botaniche sulle viti e sulla vinificazione delle origini. Questa branca di studi presenta aspetti interessanti anche sotto l’aspetto dello sviluppo economico locale e il progetto realizzato da Francesco Mondini nella campagna aretina, congiunge imprenditoria e cultura. Gli studi e le sperimentazioni di Mondini sono iniziate ben 15 anni fa e solo da poco ha finalmente visto la luce il Vinum Nerum, un rosso che Francesco ama definire una “spremuta d’uva”, in quanto non contiene solfiti, né alcun altro tipo di conservante. Nei quindici anni di test sono stati consultati storici, archeologi, dottori in agraria, geologi e mastri cocciai per ricreare le giare che servivano per la conservazione del vino.
Maurizio Pellegrini, in particolare, ha seguito da vicino il progetto avendone intuito le potenzialità anche dal punto di vista educativo e divulgativo. Grazie a lui, sono entrata in contatto con Francesco Mondini e sono stata invitata, insieme a Laura Patara (tour operator) e a Francesca Pontani (archeologa, redattrice web e membro del consiglio scientifico del Museo Archeologico delle Necropoli Rupestri di Barbarano Romano) a visitare l’azienda e a conoscere il metodo di vinificazione del vino Nerone e del vino Nerum.

La bellissima Azienda Tarazona ha vitigni di circa 80-90 anni che sono di Sangiovese, Canaiolo, Ciliegiolo, Albana, Trebbiano, Malvasia, che vengono sapientemente uniti in percentuali 85% uve rosse e 15% uve bianche. La vigna viene trattata con sistema biologico certificato e biodinamico, cioè concimata con trinciature e tenuta a prato con escrementi animali. Appena raccolta, l’uva viene pigiata una parte a mano e una parte messa in graspugliatrice (molto lenta) e poi una volta riunita, fatta fermentare in cantina in orci di terracotta per 12-15 giorni, follandola manualmente, specie i primi giorni, almeno 4-5 volte al giorno.


La "collina degli orci" presso l'azienda Tarazona di Arezzo


La "collina degli orci" vista dal basso
Francesco Mondini accanto agli orci interrati.

Avvenuta la totale trasformazione degli zuccheri in alcool, il mosto viene portato nella collina degli orci, dove sono posizionati sia gli orci coibentati con resine e cere da dove poi uscirà il Nerum, sia gli orci vetrificati da dove uscirà il Nerone (che ho avuto il piacere di assaggiare durante il banchetto magistralmente preparato da Egidio Forasassi).


I vitigni

Il Nerone viene messo sotto terra senza utilizzo di pompe, dove la temperatura costante, la quasi completa assenza di ossigeno, il buio e l’interscambio con la terra lo rendono un vino unico nei colori, nei profumi, nei sapori e nei retrogusti, veramente senza paragoni. Dopo 18 mesi verrà imbottigliato in magnum e tenuto altri 6 mesi in cantina prima di essere messo sul mercato.


Un magnifico panorama del vigneto


Nel novembre 2013, l’Unesco ha dichiarato Intangible Cultural Heritage la vinificazione in orci in Georgia, uno Paese che vinifica ancora come 5000 anni fa, e pertanto anche l’Azienda Tarazona ha potuto ricevere i permessi per poter commercializzare l’unico vino al mondo fatto con il metodo Mondini, che unisce storia e tecnologia.


Francesco Mondini videointervistato da Francesca Pontani

Per illustrare nel modo migliore il progetto Vinum Nerum, ho rivolto alcune domande a Francesco Mondini e a Maurizio Pellegrini.


Francesco Mondini, come è nata l’idea di riprodurre il vino etrusco?

Nel 2000 fui invitato ad un convivio etrusco-romano a Populonia da un caro amico che oltre che cucinare suona anche con i Synaulia (www.soundcenter.it). Alla fine della splendida serata con cena e musica nella necropoli, mi avvicinai al mio amico e obbiettai sulla veridicità del vino servito durante il convivio; ne nacque una bella discussione alla fine della quale decisi di dedicare una parte della vinificazione del nostro vino a esperimenti per arrivare a produrre un vino il più possibile simile a quello che bevevano i nostri avi. La totale assenza di aggiunte chimiche portava ad un gran numero di problemi che con il passare degli anni grazie oltre che ai nostri studi anche alla collaborazione con archeologi, dottori in agraria, geologi, enologi sono stati felicemente superati.


L'ingresso alla "cantina etrusca"

Come avviene il processso di vinificazione nelle giare?

Qui in Toscana il vino “Nerum”, dopo essere stato spremuto in cantina, riposa per almeno 1 anno in orci realizzati a mano da mastri cocciai, coibentati a mano con resine e cera, completamente interrati a 3 mt di profondità per poi tornare negli orci in cantina per almeno 6 mesi. Nel 2015, dopo 25 secoli, potremo gustare un vino vinificato con il metodo antico, quindi quello che ad oggi si può supporre si avvicini di più al vino di quell'epoca, di questa zona, sulla base del percorso di archeologia sperimentale da noi effettuato. I sapori e i profumi derivati dall’interscambio con la terra e con la coibentazione lo rendono un vino totalmente unico e la gradazione può arrivare fino a 15 gradi.


I grandi orci per la conservazione del vino.

Il vino è completamente naturale in quanto non contiene solfiti aggiunti, quanto è difficile ottenere questo risultato?

E' molto difficile e dopo anni di aceto, grazie ai vitigni che donano un uva già ben strutturata, grazie alla collaborazione di enologi, geologi e dottori in agraria siamo riusciti con grande igiene in cantina in primis e poi con l'aiuto di azoto e argon che eliminano l'aria e sopratutto i travasi in tempi ridottissimi, ad ottenere un prodotto con solforosa bassissima. La longevità di questo vino la stiamo studiando ma abbiamo campioni di 13 anni rimasti inalterati nel tempo.

Il vino prodotto è attualmente un rosso. Avete in programma anche la produzione di un bianco?

Come dicono alcuni archeologi il primo vino è stato il bianco, non so quale sia stato veramente il primo ma quest'anno abbiamo sperimentato il metodo Mondini anche sulle nostre uve bianche. Vista l'annata fantastica, un mix di albana, trebbiano e malvasia ed un vitigno sconosciuto porteranno nel 2017 ad assaporare il nostro primo vino bianco, sperimentato già nel 2003 e nel 2005.


L'interno della "cantina etrusca"

I vitigni sono quelli di suo nonno e risalgono quindi circa a 80 anni fa. E’ previsto per il futuro un’ulteriore fase del progetto che preveda anche l'utilizzo di vitigni più antichi?

Siamo in una costante fase di ricerca con archeologi come Maurizio Pellegrini ed anche con la comunità montana e l'istituto per la selvicoltura di vitigni antichi. Poiché i pochi esperimenti fatti non sono in vendita, per ora cerchiamo di apprendere i modi di riproduzione ed i vari innesti usati. Siamo in contatto anche con due aziende che in maremma producono l'ansonica o insulia che è un vitigno addirittura portato dai greci. Pensiamo il prossimo anno di usarla e fare un esperimento al posto della nostra bianca locale. L'obbiettivo sarà riprodurre il Nerum anche con vitigni antichi.

Quali saranno i canali per la distribuzione commerciale del vino? Dove si potra' reperire?

Ci stiamo preparando alla prima uscita, per cui tanta curiosità specialmente dall'estero con contatti dal Giappone dall'Inghilterra, da Singapore, dalla Germania e tanti altri posti, stiamo valutando tutte le richieste che ci arrivano. Noi abbiamo solo 170 Anfore di Nerum e circa 150 magum di Nerone, per cui visto la modesta quantità per noi sarebbe un grande onore partire con vendite alle aste dirette a collezionisti o amatori non solo del vino ma anche della storia che il vino ci tramanda. Siamo stati contattati anche da un distributore locale per il vino Nerone, ma comunque per ora si può reperirlo direttamente in azienda.

La sigillatura dell'orcio  

Maurizio Pellegrini, a che epoca risalgono le prime tracce della produzione del vino in Italia?

Negli ultimi anni le ricerche nel campo della paleobotanica sono effettivamente aumentate e rincorrerle, anche per i diretti interessati, è abbastanza complesso.
La cultura classica da sempre ha attribuito ai Fenici, che colonizzarono l'Italia attorno all'800 a.C., e successivamente a Greci e Romani, il merito di aver introdotto la vite domestica nel Mediterraneo occidentale e la recente scoperta di un vitigno coltivato circa tremila anni fa (1300 - 1100 a. C.) dalla civiltà Nuragica finalmente contraddice con valide prove tale teoria. Infatti presso un nuraghe nelle vicinanze di Cabras, presso Oristano, sono stati scoperti alcuni semi di vitigni di vite domestica probabilmente di origine locale o, forse, importata più anticamente. A suffragio di questa ipotesi, il gruppo di ricerca sta raccogliendo materiali in tutto il Mediterraneo cercando tracce per verificare possibili "parentele" tra le diverse specie di vitigni. I semi, di vernaccia e malvasia ritrovati in un "pozzo dispensa", sono stati datati con l'esame del carbonio 14 dagli studiosi dell'equipe archeobotanica del Centro Conservazione Biodiversità dell'Università di Cagliari e fanno ritenere che la coltura della vite nell'Isola fosse conosciuta sin dall'età del bronzo. Grazie alla prova del Carbonio 14 i semi sono stati datati intorno a 3000 anni fa, età del bronzo medio e periodo di massimo splendore della civiltà Nuragica".
Invece alcune tracce di Vitis sylvestris, con forme di embrionale coltivazione, sono stati trovate anche nei siti della "Marmotta" sul lago di Bracciano datate fra il 5750 e il 5260 a.C. e di Sammardenchia-Cûeis, in provincia di Udine, un sito datato tra il 5600 e il 4500 a.C. circa.
Altri resti di vite selvatica sono stati rinvenuti nei siti di Piancada (Udine) e Lugo di Romagna (Ravenna), entrambi risalenti al Neolitico antico.
Nella direzione di una origine indigena della viticoltura in Italia vanno anche le ricerche praticate nell'ambito del "Progetto Vinum" mediante lo studio degli aspetti legati all’origine e all’evoluzione della viticoltura, al processo di produzione del vino nell’antichità e con le analisi dei genotipi delle viti autoctone campionate in prossimità dei siti etruschi e romani.


La preziosa anforetta del Nerum


La sperimentazione condotta dall’Azienda Tarazona di Francesco Mondini è un interessante esempio di connessione tra nuove forme di imprenditoria e cultura. Quali potrebbero essere gli sviluppi futuri? Penso, per esempio, al turismo culturale o alla possibilità di realizzare esperienze didattiche all’interno dell’azienda.

L'esperienza portata avanti dall’Azienda Tarazona apre veramente nuove prospettive; per prima cosa la vinificazione praticata dagli amici Francesco Mondini ed Egidio Forasassi demitizza finalmente la convinzione comune che il cibo dell'antichità non possa essere gradito anche ai giorni nostri. Effettivamente gran parte del vino antico aveva una gradazione alquanto elevata, questo perché in questo modo poteva essere conservato più a lungo e per questo motivo doveva essere diluito ed aromatizzato. Ma, sono certo, che in condizioni ottimali e sempre legate al ceto, il vino doveva essere anche molto buono. Quindi bere oggi un vino che si avvicini alla vinificazione antica ma che abbia anche un gusto "moderno" non può che essere considerato un azione culturale ed avvicinarci di più alla nostra storia come apprezzare un affresco in un sito o un antico vaso nella vetrina di un museo.  Un futuro sviluppo può essere senz'altro quello del turismo culturale da effettuarsi nelle aziende che seguiranno questo impulso ed esperienze didattiche accompagneranno indubbiamente questa nuova prospettiva imprenditoriale.

I musei, le aree archeologiche, le istituzioni culturali che sono interessate alla realizzazione di eventi con Synaulia e con l’Azienda Agricola Tarazona possono utilizzare i seguenti contatti:

lunedì 5 ottobre 2015

IL GRANDE GIOCO DELL’INDUSTRIA


50 + 1 OGGETTI CHE HANNO FATTO LA STORIA DELL’IMPRESA ITALIANA


dal 9 al 31 ottobre 2015

Spazio Folli 50.0 – via Egidio Folli 50 – Milano

La mostra “Il grande gioco dell’industria”, curata da Francesca Molteni, è organizzata da Museimpresa ‐ Associazione Italiana dei Musei e degli Archivi d'Impresa ‐ con il patrocinio di Assolombarda ed è inserita nel calendario degli eventi di Expo in Città. E’ un racconto che narra la storia di cinquanta oggetti scelti dalle collezioni degli archivi e dei musei associati a Museimpresa, con la
collaborazione dei loro curatori. Il cinquantunesimo, la spoletta volante, rappresenta l’“anno zero” della storia.
Una caratteristica li accomuna. Sono figli dell’industria, di grandi visioni o di piccoli traguardi, hanno plasmato l’immaginario collettivo, segnato un progresso tecnologico, accompagnano la nostra vita quotidiana.
Raccontano una storia d’impresa, il Made in Italy, ma anche la storia della cultura e della società italiana. E soprattutto sono per tutti, perché sono nati per arrivare dovunque. Vederli riuniti, permette di comprendere la grandezza dell’ingegno umano, la creatività e la passione dietro piccole e grandi invenzioni.
La mostra ‐ curata da Francesca Molteni, autore della rubrica “Oggetti d’impresa” per il Domenicale del Sole24ore e ideatore di progetti di comunicazione per aziende e istituzioni ‐ si sviluppa come una grande linea del tempo, che intreccia la storia, la comunicazione, il progetto, le innovazioni tecnologiche e di prodotto che hanno fatto di quell’oggetto un’icona.
La visita si snoda in un percorso formato da grandi pannelli di legno che raccontano con immagini e testi la storia dell’industria italiana. Il percorso è affiancato da alcuni oggetti che completano la cronologia dalla Rivoluzione industriale ad oggi.
L’idea è nata tre anni fa sulle pagine de Il Domenicale del Sole24Ore: su queste pagine nel novembre del 2012, Museimpresa ha lanciato una sfida. Raccontando la storia della flying shuttle, la spoletta volante inventata nel 1733 da John Kay, il simbolo della Rivoluzione industriale, è stato chiesto alle imprese italiane che hanno creato archivi e musei aziendali associati a Museimpresa, di selezionare un oggetto altrettanto rappresentativo. Un’icona, insomma, per la storia dell’industria italiana. L’oggetto più innovativo, più venduto o più curioso, un simbolo, esattamente come la spoletta di Kay.
Da allora, grazie alle pagine de Il Domenicale, le aziende hanno raccontato la biografia, l’unicità dei propri manufatti, e hanno trovato spazio alcune di queste storie: un modo per far conoscere a tutti che cosa c’è dietro una piccola, grande invenzione che ha cambiato la nostra vita, la nostra cultura e – perché no – la storia economica del nostro Paese.
Oggi Museimpresa ha raccolto e completato questo inventario nella mostra “Il grande gioco dell’industria. 50 + 1 oggetti che hanno fatto la storia dell'impresa italiana”, che si terrà presso lo spazio Mostrami Factory @Folli50.0, un progetto voluto da Fondazione Bracco e coordinato dal collettivo di giovani artisti Mostrami. Una fucina creativa e un cantiere artistico, culturale e sociale che ospita, negli storici spazi della Bracco a Lambrate, mostre d’arte, installazioni, teatro, musica live, ballo, corsi e attività laboratoriali per bambini, giovani, famiglie e adulti. Un luogo di condivisione e di aggregazione aperto alla città durante i mesi di Expo 2015. Un luogo ideale per ospitare una mostra di immagini, disegni e oggetti, per raccontare com’è stato rivoluzionato, illustrato e promosso il nostro mondo industriale.
La mostra è stata prodotta in collaborazione con MUSE Project Factory, il coordinamento editoriale e la redazione sono di Roberta Busnelli, il progetto grafico di Massimiliano Patrignani e Monica Zaffini, ma:design.
Il progetto di allestimento è di Franco Raggi, la realizzazione di Giuseppe Bienati.

Museimpresa, Associazione Italiana Archivi e Musei d'Impresa, è nata nel 2001: promossa da Assolombarda e Confindustria, associa fondazioni, archivi e musei aziendali che, attraverso la conservazione e la valorizzazione di documenti, oggetti, materiali iconografici, raccontano e testimoniano la storia dell'impresa
e dei suoi protagonisti. L’Associazione ha adottato sin dagli esordi un’attenta strategia territoriale che, mettendo in rete gli archivi e i musei aziendali, stimola un dialogo continuo e uno scambio di esperienze tra gli associati e la comunità museale, le istituzioni e gli enti di ricerca, con particolare attenzione al mondo della scuola e al grande pubblico.

INFORMAZIONI

www.museimpresa.com
www.folli50.it

Inaugurazione mostra: Giovedì 8 ottobre 2015, 19.00 – 21.00
Spazio Folli 50.0, Via Egidio Folli, 50 – Milano

Apertura al pubblico: dal 9 al 31 ottobre 2015
Spazio Folli 50.0
Via Egidio Folli, 50 – Milano

Orari mostra:
Giovedì: 15.00 – 21.00
Venerdì: 15.00 – 23.00
Sabato: 11.00 – 23.00
Domenica: 11.00 – 21.00

INGRESSO GRATUITO

Come raggiungere Spazio Folli 50.0
Indirizzo: via Egidio Folli, 50 – Milano
Bus: 55, 75, 965
Tram: 23, 33
Metro: MM2 Lambrate (8 minuti a piedi)
Parcheggio gratuito per chi ci raggiunge in auto

Ufficio Stampa
Manzoni 22
Silvia Introzzi: silvia.introzzi@manzoni22.it
Camilla Palma: camilla.palma@manzoni22.it
Tel: 031 303492 ‐ 82

martedì 29 settembre 2015

Appuntamento a Massa Marittima!

Vi aspetto tutti venerdì a Massa Marittima per il Sesto Convegno Nazionale dei Piccoli Musei. Puntuali alle 15, mi raccomando, in via Carlo Goldoni, Palazzo dell'Abbondanza! A presto!

http://piccolimusei.weebly.com/sesto-convegno-nazionale-dei-piccoli-musei.html


Come difendere il patrimonio dell’umanità?



copyright http://ainsyria.net/

Vi segnalo il post tratto da un altro mio blog 


⃝ Journalism and archaeological communication: Come difendere il patrimonio dell’umanità?


Vi troverete tutti i dettagli riguardo il convegno che si svolgerà Domenica prossima, 4 ottobre, all'Expo di Milano, Cascina Triulza, sala conferenze 100, dalle 14. Titolo del convegno: “Come difendere il patrimonio dell’umanità?”, organizzato da European Museum Forum e promosso dall’on. Roberto Rampi, VII Commissione Cultura alla Camera.


martedì 22 settembre 2015

VERAMENTE FALSI, conferenza ed esposizione presso il Museo Salinas



Domani, mercoledì 23 settembre, alle ore 17.30, presso la sala convegni del Museo Salinas, Flavia Frisone, docente di Antichità greche dell'Università del Salento terrà la conferenza “Veramente falsi. I reperti impresentabili del Museo Salinas

Contestualmente, e solo per l’occasione, una selezione dei reperti in questione sarà esposta per la prima volta al pubblico. Si tratta di una serie di stranissimi oggetti, animali fantastici, incredibili figure umane e iscrizioni misteriose, rinvenuti intorno alla metà dell‘Ottocento a Giardini-Naxos, e legati a un’intricata vicenda di dubbi, inchieste e sequestri alla fine della quale furono nascosti per sempre alla vista del pubblico. Questi falsi reperti archeologici riuscirono a fare il giro d’Europa nel mercato internazionale dei “cacciatori di antichità". 

In linea con la strategia di comunicazione intrapresa dal Museo Salinas nell’ultimo periodo, che rivolge particolare attenzione ai linguaggi e ai mezzi di condivisione sociale usati dai giovani, Marcello Costa ha ideato una campagna multisoggetto in chiave ironica e Giusi Garrubbo ha realizzato la relativa clip veicolata anche su piattaforma WhatsApp. 








GENERAZIONI DIPINTE

A partire da "Autoritratto con Anna" di Carlo Mattioli



E’ stata inaugurata lo scorso 18 settembre, la mostra Generazioni dipinte. A partire da “Autoritratto con Anna”, curata da Federico Fischetti, Nunzia Lanzetta e Marcello Toffanello, allestita presso la Galleria Estense, Modena, in collaborazione con l’Archivio Carlo Mattioli Parma, in occasione del Festival della Filosofia.
Un solo, importante dipinto contemporaneo, qual è Autoritratto con Anna, che riprende la tela di Carlo Mattioli esposta agli Uffizi, è la chiave di volta di percorsi a raggiera nelle collezioni della ritrovata Galleria Estense di Modena. Riaperta al pubblico il 29 maggio, dopo tre anni di chiusura forzata a causa del sisma del 2012, la Galleria accoglie questo “ospite illustre” fra i capolavori esposti nelle sue sale e ne fa il punto focale di piste di lettura che incrociano, attraverso una selezione di trenta opere, il tema delle generazioni: dalla dimensione familiare e genealogica – testimoniata in particolare dai ritratti degli Estensi – a quella sociale e religiosa, scandita da riti di passaggio che ritmano il ciclo della vita, per finire con quella particolare forma di trasmissione generazionale che è l’eredità artistica.

L’esposizione sarà aperta fino al 30 settembre.


Dal 21 al 30 settembre l’esposizione segue gli orari di apertura al pubblico della Galleria Estense: domenica e lunedì:ore 14.00 - 19.00; da martedì a sabato: ore 8.30 - 19.00.

sabato 19 settembre 2015

Is photo sharing real communication?

An analysis of the Invasioni Digitali (Digital Invasions) phenomenon ahead of the conference “Digital Think-In. The digital voice of museums”

On  the coming November the 4th, the conference  “DigitalThink-In. The digitalvoice of museums” will take place in Rome, organized by MAXXI, which announces itself as the “first digital culture event for museums in Italy”.

Among the participants at the conference, for whom also a #DITcall for presentation of case studies related to the topic at hand is open, there will be James Davis, Program Manager of Google Art Project (London), Antonella Di Lazzaro, Director Media Twitter Italy (Milan), Conxa Rodà, Head of Strategy and Communication - Museu Nacional d'Art de Catalunya (Barcelona), Group MUD Museo Digitale, MiBACT (Rome) and Prisca Cupellini, Comunicazione Online e Progetti Digitali, MAXXI (Rome), Francesco Russo , Web Consultant and blogger, Marianna Marcucci, Cofounder of Invasioni Digitali and Alessandro Bollo, Cofounder and Head of Research of the Fondazione Fitzcarraldo.

The InvasioniDigitali (Digital Invasions) movement, therefore, is once again present at a conference discussing about digital communication, but the Invasions phenomenon has not yet been thoroughly analyzed by the experts. Are we really facing a digital communication model? I will try to argue my personal opinion in  this regard.

Traditional media and digital media


Compared to traditional communication media, in the digital form the transition from linear to reticular connection takes place; the message can be conveyed through various digital environments (Web site, virtual communities), but the most important aspect of digital communication - and that differentiate it different from the traditional one - is primarily the presence of an interactive dialogue between users, based on sharing and participation. If this condition does not occur, it's not possible to perceive any real difference between the two forms of communication.

If we analyze the latest Digital Invasion more in detail, from the point of view of the social communication you can notice a few interactions actually focused on content and just a large number of images (especially the posters that advertise the events and photos of the "Accomplished Invasion" ): so Invasions really took place, but they haven't been sufficiently related during their course. During some not so declaredly “digital” special events (although still having a significant spread on social and other media) such as the European Heritage Days or other similar activities, museums have always promoted some interesting initiatives with great success in terms of audience; from what should then Invasioni Digitali (Digital Invasions) stand out compared to these special events?

Consistency would call for greater “social” participation to the event: this is, in fact, the determining factor in an event that is self-defined as “digital”. In very simple terms, each of the participants should be the eyes and ears of those who are not present at the event, but who will be involved as if they were; they should put online their feelings, expressing the emotions and thoughts that emerge from his/her cultural experience and share it with other people, building a dialogue with them. If communication instead consists of a simple information about the place, date and time related to the event, of some brief describing note, of a large number of images with little comment, finally, of the notification of "Invasion accomplished", you can't speak of a true digital communication. In most cases, in fact, as noted, the interaction was not significant, especially in terms of content and not live storytelling (a few cases) nor other forms of participatory communication have . "Telling" events, therefore, is what should make a difference [1]. Tomaso Montanari writes that “Heritage is a great repertoire, just like theater or music: if no one follows it - that is, if no one tells it, by raising it - it remains inert, dead, lost”.

Furthermore, the same overproduction of images produces adverse effects because it makes the audience less sensitive and attentive to details.

Along with the loss of attention to the pictures and the subjects of the pictures, you risk to trivialize and to disperse into the excess of images even the "wallpapers"  of these selfies, which are the museums and other places of historical and monumental interest. Therefore, pictures and even more selfies, cannot be considered as real content if inadequately captionised and commented, unless they don't own the visual eloquence of the works by great photographers such as Robert Capa. But for most of us, this isn't the case. One of the most famous Italian photographers, Ferdinando Scianna, reminds us that "no one follows with interest who is constantly posing."

A context that does not produce content, not because the initiatives that it advertises are not valid, but because the commitment to find adequate forms of information transfer that go beyond the photo-sharing lacked, won't bring any kind of benefit even to the cultural subject that it was supposed to promote.

To this purpose, Valentina Vacca writes:

For #InvasioniDigitali (DigitalInvasion) the audience  is no longer such, but it «participates to the cultural offer. » In their manifesto they profess to believe, «in a new relationship between the museum and the visitor based on the participation of this latter to the production, creation and promotion of culture through the sharing of data and images. We believe in simplifying the rules to get access and reuse the data of the Ministry of Cultural Heritage to encourage the digitization. We believe in new forms of conversation and spreading of the artistic heritage which are no longer authoritarian, conservative, but open, free, comfortable and innovative». To translate these words, it is enough to explore the website dedicated to the #InvasioniDigitali (DigitalInvasions): inside it you can find a series of selfies shot inside museums and cultural sites having visitors as subjects. It's like if "invading" -as they themselves define the visit by the audience - the museums, monuments and cultural places in general, and then upload a photo on the internet, is tantamount to automatically transmitting the knowledge. As if digitizing the culture coincides with the mere, simplistic as trivial process of sharing images of works of art, of performances, of real estate. Is it maybe just as Baudrillard (1995) said, namely that "the silent majority looks for the image and not for the meaning».

The fact that the appearance, the volume of participation are more prevailing than the content, was somehow shown to me at the recent Social Media Week, by a community manager of a museum, who, in response to my observation about the fact that the Invasioni Digitali (Digital Invasions) are not a true instrument of cultural spread, replied that “for them it was enough to see the people get inside the museum": this is equivalent to declaring that the only purpose that you want to pursue is to “count” the number of visitors. I am convinced that this thought is not what distinguishes all the museums that have joined Digital Invasions in recent years, but in any case it is indicative about the fact that this initiative has been able to generate in some people this kind of reasoning, supported by the incorrect concept, which is too often endorsed by the media, that it's more important to quantify the entrances rather than measuring the effectiveness of the cultural proposals offered by the museums. It is fundamental, then, that museums take on the role of mediators between the manufacturers of the  digital communication and society, but to do so, they must not get themselves trapped by the logic of the “Viral Style” and by any form of extremism in digital communication; they must open themselves, however, to more reasoned and original forms of content sharing and cultural participation, even through the Web 2.0.

The communication strategy of Invasioni Digitali (Digital Invasions)


Initially Invasioni Digitali (Digital Invasion) had focused much of their attention on the problem related to the prohibition on photographing in museums, which was then overtaken by the Decree Law of 31 May 2014, n. 83. A manifesto was created,  joining different ideas relating to the relationship between the museum and the visitor, to the use of social media for cultural communication, to the free circulation of ideas and so on. Carefully reading this manifesto you have the impression that it has handled too many subjects, sometimes in a repetitive and unconnected, even contradictory way: for example, institutions are required to be “open platforms for the spreading, exchange and production of value, allowing  an active communication with their audience”, which implies also having a role of coordination and content control, and at the same time we demand "non-authoritarians forms of conversation and spreading of artistic heritage" reducing, therefore, the leading role of the museum, determined by its scientific authority that we cannot disregard. There is no evidence of a personal processing of the concepts displayed in the manifesto, which are only listed but not developed and commented on.

Furthermore, in the manifesto of Invasioni Digitali (Digital Invasions) it is not clarified how “the Internet can trigger new ways of management, conservation, protection, communication and exploitation of our resources”, as if the Internet was in itself capable of producing these changes, more than television  did sixty years ago, for example, culturally unifying Italy and fighting illiteracy. The emphasis of the Web 2.0 communication is not useful to demonstrate its effectiveness in the cultural fields. In fact, the media - whether they are of old or new generation - are valid only based on the way they are used, as Pier Cesare Rivoltella and Chiara Marazzi rightly point out, according to whom “there are no first class and second class media[2]” because the communication of the digital age will necessarily include them all. Some changes are taking place, we are gradually getting used to them and we can see the old and new media integrate themselves to the point that we can speak of “mediamorphosis, remediation, of age of complementarity”[3]. 

It 'also true that the access to the Internet gives us the most simple and immediate means of individual expression, but we maybe do not emphasize enough that there are still limitations to its use, that can be identified with economic, cultural, anagraphical, or social reasons as well as there are ideological positions that determine the rejection of the use of social networks. Those involved in communication strategies, should therefore consider the digital environment with proper balance, not enhancing it but without neglecting it, because “not being connected” does not mean “not existing” and therefore we must aim at reaching even those who are outside the digital world.

However, when you read in the manifesto of Invasioni Digitali (Digital Invasions):“We believe that the Internet and social media are a great opportunity for cultural communication, a way to involve new players, break down all kinds of barriers, and further promote the creation, sharing , spreading and enhancement of our artistic heritage”, this describes in a simplistic way a situation that has, as already said, more complex aspects.

The main strategy of Invasions Digital can then rather be equalized to the implementation of a Brand Identification System in which you mainly emphasizes the participation to the event and at the same time you try to give the set the value of a “movement of thought” but with no kind of theoretical research. Participants are always considered as a unitary body, without emphasizing the specific personalities and individualities that constitute it: it is not the message of individual participants to prevail, but the “brand”, almost as if it were "viral marketing." While still bearing in mind the confrontation with the strategies of advertising marketing, you notice, for example, a great use of slogans ("We love this game", "We come in peace", etc.,) that, together with the constant exposure of the Invasioni Digitali (Digital Invasions) logo, are designed to promote the brand engagement. In addition, amongst the guidelines for the participants of Invasioni Digitali (Digital Invasions) it is recommended to follow some predetermined actions: I am not referring to the rules of thumb that are necessary in any event that results in an application process by the public, but at the request to carry out precise actions during their own events, producing, thus, an excessive standardization and decrease of the space for the creativity of individuals. It is required, in fact, to use the sign "Invasion accomplished" in which the logo of Invasioni Digitali (Digital Invasions) must stand out and, in addition, to print from the website of Invasioni Digitali (Digital Invasions) a predetermined "mask", that the Invaders will have to wear or otherwise show in their selfies. These requirements help to "depersonalize" the initiatives, increasing the "brand" value to the detriment of the messages that the promoters and participants to individual events could themselves convey in a more original and subjective way. The idea of the mask seems to me, in this regard, all the more emblematic: a mask, the symbol of Invasioni Digitali (Digital Invasions), superimposes itself to the face of the "Invader" and to the monument itself, occupying a leading position with respect to one another.





Because I wanted to experience the first two Invasioni Digitali (Digital Invasions) I can say with full knowledge of the facts that the feeling I had was the one of having turned into an instrument at the service of a movement that left me little room for action with my own manners. Photographing yourself with a sign in your hand bearing the logo of the organization is not really an exhilarating action from the intellectual point of view.
But it is perhaps inevitable that in the cultural field these phenomena take place whereas Erich Fromm, forty years ago already prophesied a society levelled and dominated by the models of advertising [4]. The risk, though, is that you can lose "the profound meaning of what we do because we are not doing it ourselves; our behavior is not an expression of our true personality but is determined by the dictates of the mass to which "we have to" listen and to which we must sacrifice ourselves, being continuously exposed to it [5]. "

Up to two years ago, we were still in a phase where the museums were largely distrustful and reluctant to use means of digital communication, especially social networks; after the first edition of the Museum Week [6], in March 2014, we have assisted to a considerable increase of institutional accounts of the museums, so now we have entered a second stage where the enthusiasm for a new way of relating with the audience seems to prevail. This can certainly be a good thing but the impression is that a distorted image of the mission of the museum is rising, which looks like if it should build its "modernization" only with the help of these new forms of communication, while the real modern museum is especially the one that is able to recognizes the needs of its community, and that is able to analyze the problems of our ages, offering to everybody a place for the sharing and dialogue, without any kind of barrier.

The hope is that it will be possible to conjugate in a fair and balanced way the use of the tools of digital communication with the principles laid down by our humanistic conscience, the one that "acts as a sentinel, call, signal, guiding compass, guide, guardian of our true being, of our universal human nature and of the subjectivity of the Self [7]".


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NOTES

[1] In a post dated April the 30th 2015 of my blog Museums Newspaper, I cited  UrbanExperience as an excellent and evolved example of participatory spreading of the culture using the tools of the Web 2.0

[2] Rivoltella P. C., Marazzi C., “Le professioni della media education”, Roma 2001, p. 22

[3] Totaro A., “Dinamiche di interrelazione tra blogosfera e mediasfera” in C.I.R.S.D.I.G, Centro Interuniversitario per le ricerche sulla Sociologia del Diritto e delle Istituzioni Giuridiche, Quaderni della Sezione: Diritto e Comunicazioni Sociali, Working Paper n. 29, Dipartimento di Economia, Statistica, Matematica e Sociologia “Pareto”, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Messina, 2008, p. 5

[4] Cerracchio C., “La manipolazione. Bernays e gli psicomarchettari”, Società & Psiche, 9 novembre 2012, http://www.psicologiaradio.it/2012/11/09/la-manipolazione-delle-masse-bernays-e-gli-psicomarchettari/

[5] Lattanzi P., “La società malata. L’umanesimo di Erich Fromm tra Marx e Freud”, e-book, 2015, p. 137

[6] The Museum Week was first launched in March 2014 by twelve French National Museums in collaboration with Twitter France. Later the social initiative has spread throughout Europe, with the participation of many museums, not only in Europe. The goal of the event is to accede though Twitter to the cultural contents offered by museums to then interact with the editors.

[7] Risari G., “Coscienza umanistica, identità, ‘produttività’ e biofilia” in Erich Fromm, Publication of the International Erich Fromm Society, Italian-English conference “Death and the Love for Life in Psychoanalysis. In Memoriam Romano Biancoli“ on June 5-6, Ravenna 201